Pesce pagliaccio: morfologia, alimentazione e vita nell'acquario (guida definitiva)

Scritto da dott.ssa Barbara Lombardi nella categoria Acquaristica

La simbiosi tra anemoni di mare e pesci pagliaccio (generi Amphiprion e Premnas) ha da sempre suscitato curiosità ed attrazione da parte di appassionati acquariofili e non. Senza dubbio questi organismi sono, tra quelli marini tropicali, i più conosciuti e tutto sommato apprezzati, tanto che per molti acquariofili l’approccio con l’acquario marino è suscitato dal desiderio di allevare questi animali in modo da poterne ammirare i brillanti colori e l’originale comportamento.

Nell’ultimo decennio si è accresciuto l’interesse per questi splendidi pesci corallini, soprattutto da quando essi hanno dimostrato di poter essere riprodotti in cattività con successo.

Il buon esito della loro riproduzione in acquario è dovuto, probabilmente, al perfezionamento dei sali sintetici, alle moderne tecnologie acquariologiche e alle accresciute conoscenze su ecologia e comportamento dei pesci pagliaccio. Un rammarico ci viene dal fatto che questi risultati sono stati (e sono) ottenuti principalmente all’estero (Germania, Francia, Olanda e Stati Uniti soprattutto) dove sono presenti in gran numero attrezzatissimi acquari pubblici (vedi — per quanto riguarda l’Europa — Stoccarda e Francoforte in Germania, Amsterdam in Olanda, Nancy in Francia, Copenaghen in Danimarca, solo per citare i più famosi) nei quali è possibile — grazie a moderni impianti e veri e propri laboratori di ricerca — ottenere con una certa facilità la riproduzione in acquario di questi pesci.

In Italia, purtroppo, i tentativi (e quindi i successi) in questo campo sono dovuti essenzialmente alla passione ed alla tenacia degli acquariofili i quali — non potendo rivolgersi a nessuna struttura pubblica specializzata — provando e riprovando hanno ottenuto, e stanno ottenendo, lusinghieri risultati.

Questa guida è indirizzata quindi a tutti gli acquariofili ed in particolare a quelli che si accostano per la prima volta all’acquariofilia marina con l’augurio che possa essere d’ausilio per coloro i quali vorranno — come avviene per molte specie di acqua dolce — non limitarsi ad allevare ma anche tentare la riproduzione dei pesci pagliaccio.

Collocazione sistematica

Come spesso avviene quando si tratta la classificazione di organismi viventi anche per i pesci pagliaccio nascono delle controversie riguardo la loro esatta collocazione sistematica. In particolare la discussione sorge in merito alla loro famiglia d’appartenenza.

Questi pesci si ascrivono alla famiglia Pomacentridae, a cui appartengono anche numerosi pesci marini tropicali particolarmente adatti alla vita in acquario, dei quali citiamo i generi più noti: Abudefduf, Chromis (genere a cui appartiene anche Chromis chromis, la comune castagnola, assiduo frequentatore delle nostre coste), Chrisiptera (meglio conosciuto sinora come Glyphisodon), Dascillus, Paraglyphisodon e Pomacentrus.

In questo caso per i pesci pagliaccio si ha la seguente classificazione:

Classe Osteichthyes
Ordine Perciformes
Sottordine Percoidei
Famiglia Pomacentridae
Sottofamiglia Amphiprioninae
Generi Amphiprion (Block & Scheneider, 1801) Premnas (Cuvier, 1817)
Nomi comuni Italiano: Pesci pagliaccio; Francese: Poissons clown; Inglese: Anemonefishes, clownfishes; Tedesco: Anemonenfische.

Chiaramente ci sono alcune differenze morfologiche e le molte comportamentali che distinguono Amphiprion e Premnas dagli altri Pomacentridi — tende ad ascrivere questi pesci ad una famiglia a sé stante: Amphiprionidae.

In questa guida, comunque, si adotterà il primo criterio di classificazione.

Il dott. Gerald R. Allenfamoso ittiologo statunitense, autore di molti lavori sull’argomento e considerato pertanto la massima autorità in materia — unitamente ad altri studiosi ha rivisto l’intera classificazione della sottofamiglia Amphiprioninae suddividendo il genere Amphiprion in quattro sottogeneri di cui uno ulteriormente ripartito in due gruppi. Naturalmente il genere Premnas è rimasto con una sola specie, P. biaculeatus.

Questa suddivisione, con l’elenco delle specie ascritte alla sottofamiglia, è descritta all’interno della tabella sottostante:

Genere Sottogenere Gruppo Specie
Amphiprion Actinicola Amphiprion percula, A. ocellaris
" Paramphiprion Amphiprion laterozontus, A. polimnus, A. sebae
" Phalerebus A. akallopisos, A. leukocranos, A. nigripes, A. perideraion, A. sandaracinos
" Amphiprion Ephippium A. ephippium, A. frenatus, A. mccullochi, A. melanopus, A. rubrocinctus
" " Clarckii A. akindynos, A. allardi, A bicinctus, A. chagosensis, A. chrysogaster, A. chrysopterus, A. clerckii, A. fuscocaudatus, A. latifasciatus, A. tricinctus
Premnas Premnas biaculeatus

La tabella illustra l’intera classificazione della sottofamiglia Amphiprioninae.

Questa nuova classificazione si è resa necessaria per meglio suddividere questi pesci i quali presentano — se pur piccole — alcune differenze morfologiche che contraddistinguono tra loro molte specie.

Come si è visto nella tabella le specie di pesci pagliaccio classificate sono 26, tutte ascritte al genere Amphiprion ad esclusione del già citato Premnas biaculeatus.

Morfologia

due peschi pagliacci gialli

Gli Amfiprionidi (unitamente a tutti i Pomacentridi) sono i pesci più primitivi tra i Perciformi. Sono tutti di piccole dimensioni e raramente superano i 15 cm di lunghezza. Il corpo si presenta compresso, allungato e ricoperto di piccolissime squame. La bocca, piccola e protrattile, è ricoperta di denti conici i quali sono totalmente assenti nel palato.

Due caratteristiche anatomiche contraddistinguono questi Perciformi: la linea laterale incompleta e la presenza — come nei Ciclidi, pesci di acqua dolce molto apprezzati dagli acquariofili — di due soli orifizi olfattivi, posti ciascuno su un lato del muso. Hanno le pinne pari ed impari arrotondate, l’anale con due spine e la dorsale unica e provvista di parte spinosa (9-14 spine) più lunga di quella molle (11-18 raggi).

Origine del nome

Caratteristica comune a quasi tutte le specie è la vivace colorazione, spesso rossa o arancione a bande bianche che li fa somigliare al colore usato per il trucco dai clown; da qui deriva il nome comune di "pesci pagliaccio".

Dimorfismo sessuale

Questi pesci non presentano alcun dimorfismo sessuale fatto eccetto per Amphiprion ocellaris e A. perideraion (il quale sarà descritto più avanti nella scheda a loro dedicata). Comunque le femmine sono, generalmente, più grandi dei maschi. Pertanto quando si vuole tentare la loro riproduzione si consiglia di allevare, inizialmente, un piccolo gruppo (4-6 esemplari più l’anemone simbionte) da cui si formerà — dopo un periodo di tempo che va dai 4 ai 6 mesi (ma in alcuni casi anche meno) — immancabilmente una coppia la quale prederà possesso dell’anemone scacciando tutti gli altri.

Ulteriori informazioni verranno fornite in seguito per ciascuna delle specie trattate.

Habitat

I pesci pagliaccio sono caratteristici abitatori dei Reefs corallini. In natura sono quindi diffusi in tutti i mari caldi dove sono presenti formazioni madreporiche ad esclusione del Mar dei Caraibi e dell’Atlantico tropicale, per cui il loro areale di diffusione comprende gli Oceani Indiano e Pacifico (e loro dipendenze) ed il Mar Rosso (dove sono presenti con una sola specie endemica).

Come accennato, in natura frequentano i Reefs corallini di diversa natura (barriere, atolli, piattaforme, frangenti) dove si possono rinvenire da uno a venti metri (circa) di profondità sempre all’interno o in prossimità dei loro anemoni simbionti.

Comportamento

Da adulti conducono prevalentemente vita di coppia difendendo accanitamente il loro ospite da eventuali intrusi, compresi pesci della stessa specie, anche se in taluni casi — ad esempio quando si rinvengono all’interno di grandi attinie — tollerano la presenza di altri Pomacentridi come, ad esempio, quelli appartenenti al genere Dascillus. Da giovani — prima che formino coppia stabile — conducono vita di gruppo all’interno di grossi anemoni. Saltuariamente è anche possibile osservare esemplari adulti, o semi adulti, abitare in solitudine l’attinia.

Il fatto di non essere dei buoni nuotatori e di possedere ridotte dimensioni corporee (caratteristiche che li rendono particolarmente vulnerabili) fa sì che i pesci pagliaccio raramente si allontanino dall’anemone simbionte; infatti è praticamente impossibile rinvenirli lontano da quest’ultimi.

Questi pesci possono mantenere uno spazio vitale così ristretto grazie all’aiuto che ricevono dal loro ospite soprattutto per ciò che riguarda la ricerca del cibo. Infatti — come vedremo in seguito quando si parlerà della simbiosi tra questi organismi — grazie all’anemone non devono faticare (e quindi muoversi) molto per procurarsi il nutrimento necessario al loro sostentamento. Da quanto si è detto sinora si può facilmente dedurre che il loro comportamento intra ed interspecifico sia molto aggressivo verso tutti i pesci che tentino di violare il loro territorio costituito (chiaramente) dall’anemone. Nonostante le loro ridotte dimensioni questi pesci attaccano anche specie notevolmente più grandi di loro.

Personalmente, durante osservazioni in natura, mi sono trovato più volte di fronte ad un pesce pagliaccio che aggrediva a morsi la mano con cui cercavo di far chiudere parzialmente l’anemone per scorgere l’eventuale presenza di uova.

In acquario questo comportamento non cambia ma solo in presenza dell’anemone, in caso contrario solo alcune specie più grandi (come ad esempio Premnas biaculeatus, Amphiprion frenatus, A. clarcki ecc.) riescono a tener testa a specie più aggressive (vedi Balistidi o Pomacantidi), mentre quelle più piccole (A. ocellaris, A. akallopisos, A. perideraion ecc.) possono convivere solo con speeie tranquille. In grandi acquari, dove è possibile ospitare più anemoni, si ha l’opportunità di far convivere più specie di questi pesci senza che avvengano tra di loro liti furibonde che provochino dannose ferite o, addirittura, la morte fra i contendenti.

Simbiosi con gli Anemoni di mare

gruppo di pesci pagliacci

Prima di analizzare il rapporto simbiotico che regola la vita di anemoni e pesci pagliaccio, esaminiamo i meccanismi che consentono a questi pesci di muoversi tranquillamente fra i tentacoli urticanti degli anemoni restando immuni al veleno contenuto nelle loro nematocisti.

Dopo le prime ricerche si è pensato che questi pesci fossero provvisti di uno speciale muco cutaneo che li proteggesse dai ripetuti contatti con le cellule urticanti delle attinie. In seguito, grazie a più accurate analisi, si è dapprima accertato che in natura i pesci pagliaccio si rinvengono solo nelle vicinanze di certi anemoni e non di altri e successivamente — grazie ad attente osservazioni compiute soprattutto in acquario — che il pesce prima di entrare nell’anemone tenta diversi approcci iniziando a strofinarsi lentamente contro l’anemone. Questo comportamento gli consente in un primo momento di rafforzare le proprie mucose protettive ed in seguito di aggiungere ad esse del muco proveniente dall’anemone tanto da essere in breve tempo perfettamente protetto poiché da questo momento viene "riconosciuto" dall’anemone il quale non libera più le sue nematocisti come farebbe per qualsiasi altro organismo.

Tutto questo è facilmente riscontrabile, tanto è vero che se si introducono uno o più pesci pagliaccio in un acquario che ospita degli anemoni essi non si lanciano immediatamente tra i tentacoli di quest’ultimi ma vi si avvicinano con circospezione e vi si potranno rinvenire all’interno solo dopo alcune ore (a volte ne occorrono anche 24 ed oltre). Questo tempo si abbrevia — rafforzando quindi la tesi — solo se i pesci provengono da un acquario dove erano presenti anemoni della stessa specie di quelli del nuovo.

Surrogati degli anemoni

Nonostante questo innato comportamento i pesci pagliaccio, in acquario sopperiscono all’eventuale assenza di anemoni utilizzando — come palliativo — altri organismi con i quali si comportano allo stesso modo che con i propri anemoni simbionti. Fra questi Sabelle, Spugne, altri Antozoi come Sarcophyton sp, nonché attinie non simbionti tra cui quelle del genere Condylactis le quali provengono dal Mar dei Caraibi, mare nel quale (come si è visto in precedenza) sono totalmente assenti i pesci pagliaccio.

Simbiosi mutua

Contrastanti sono i pareri anche riguardo il legame simbiotico che unisce questi organismi marini. La maggioranza degli ittiologi propende per l’ipotesi della simbiosi mutua in base alla quale entrambi gli organismi ricevono benefici. A sostegno di questa tesi vi sono numerose osservazioni compiute sia in cattività che in natura con le quali si è potuto verificare che il pesce riceve — dalla convivenza con l’anemone — molteplici benefici.

Innanzitutto rifugiandosi fra i tentacoli dell’anemone e non allontanandosene se non per brevissime distanze si tiene alla larga da eventuali predatori intimoriti dalle irritanti nematocisti del celenterato. Allo stesso modo difende anche le proprie uova che depone molto vicine all’anemone tanto da essere lambite continuamente dai tentacoli e quindi ricoperte anch’esse dal muco protettivo dell’attinia.

Inoltre il pesce si procura più facilmente il cibo catturando piccoli organismi (soprattutto crostacei e molluschi) che restano intrappolati fra i tentacoli dell’anemone, alimentandosi in taluni casi anche con le Zooxantelle contenute nelle cellule del loro ospite. Infatti dall’analisi dei contenuti intestinali di alcune specie si è riscontrata la presenza di queste alghe unitamente alle cellule urticanti dell’attinia. Questo fenomeno si può facilmente osservare anche in acquario dove spesso si vedono Amphiprion che succhiano i tentacoli del proprio anemone.

In acquario i pesci pagliaccio se allevati con il loro ospite possono più facilmente mangiare anche bocconi di cibo più grossi (come polpa di gambero, di pesce ecc.) che portano subito all’interno dell’anemone dove, bloccandolo con i tentacoli, riescono a mangiarlo tranquillamente staccando piccoli pezzi per volta senza correre il rischio di vedersi portato via il boccone da un pesce più grande o più aggressivo, consentendo, tra l’altro, all’anemone di mangiare i loro avanzi una volta sazi.

Questo dimostra, contrariamente a quanto viene normalmente creduto, che il pesce non porta il cibo all’anemone per nutrirlo, ma se ne serve per mangiare tranquillamente.

I vantaggi che riceve l’anemone da questa convivenza sono senza dubbio ridotti rispetto a quelli ottenuti dal pesce. In primo luogo il pesce difende l’anemone da potenziali predatori (soprattutto pesci appartenenti alla famiglia Chaetodontidae) ed anche se lo fa — egoisticamente — per i propri interessi, evita che l’anemone venga divorato. Si è potuto osservare — sia in natura che in acquario — che anemoni a cui erano stati sottratti i loro pesci pagliaccio venivano attaccati da questi predatori i quali, avendo il campo libero, riuscivano a mangiarli in breve tempo.

Inoltre il pesce provvede anche a rimuovere, portandoli via con la bocca, i metaboliti dell’anemone che vanno accumulandosi all’interno tra i tentacoli e vicino la bocca, evitando così il loro dannoso ristagno. Per concludere non va dimenticato che i pesci pagliaccio (in acquario soprattutto, raramente in natura), anche se involontariamente, aiutano l’anemone a nutrirsi nel modo descritto in precedenza.

Vi è comunque una parte di sostenitori che considerano questo rapporto non come una simbiosi mutua ma una via di mezzo tra il commensalismo e l’inquilinismo. Infatti i sostenitori di questa tesi fanno osservare che i pesci pagliaccio si nutrono — al pari di certi crostacei commensali (il più noto agli acquariofili è il granchietto Neopetrolisthes oshimai, conosciuto anche come granchio porcellana) — nell’anemone, sottraendogli parte del cibo e inoltre proteggendovisi (unitamente alle proprie uova) da eventuali predatori.

In ogni caso questo comportamento non danneggia l’anemone e quindi non si può parlare di parassitismo del pesce nei confronti del celenterato al quale viene sottratta soltanto una parte del cibo. Questo fatto può provocare solamente una eventuale (non accertata) abbreviazione della vita dell’attinia poiché da alcune osservazioni effettuate in acquario si è visto che anemoni allevati in assenza di pesci pagliaccio vivevano più a lungo. Questa tesi non mi trova comunque d’accordo in quanto ho potuto osservare spesso anemoni sopravvivere dai 5 ai 7 anni (cifra elevatissima per un invertebrato) in presenza dei propri Amphiprion simbionti.


Alimentazione del pesce pagliaccio

Come si è visto in precedenza, i pesci pagliaccio sono prevalentemente zoofagi essendo la loro dieta naturale costituita soprattutto da crostacei, molluschi ed altri piccoli invertebrati facenti parte dello Zooplancton ed in particolare delle forme di maggiori dimensioni (Macroplancton, Megaloplancton), nonché di altri organismi ben- tonici che, al pari dei precedenti, restano intrappolati tra i tentacoli degli anemoni e divengono facile preda. I pesci pagliaccio sopperiscono alle momentanee carenze di cibo ingerendo le Zooxantelle presenti nelle cellule del celenterato nonché parte dei suoi metaboliti.

In acquario

In cattività non è assolutamente difficile alimentarli, l’importante è che si offra loro una dieta molto variata e costituita prevalentemente da mangimi di origine animale. Si consiglia pertanto di somministrare loro un buon mangime in scaglie il quale garantisce la giusta integrazione di vitamine, sali minerali e carboidrati, nonché la componente vegetale.

Il resto della dieta comprende polpa di gambero, di pesce e molluschi finemente tritati; Artemie saline, Chironomus, Mysis e Krill preferibilmente surgelati oppure liofilizzati. Quest’ultima soluzione si rivela pratica soprattutto quando, dovendo assentarsi, occorre somministrare loro il cibo attraverso una mangiatoia automatica. Tutti questi alimenti sono facilmente reperibili nei negozi specializzati o, nel caso di gamberetti, molluschi e della polpa di pesce, nei negozi di surgelati e nelle pescherie.

Cibi surgelati

Una raccomandazione per l’uso dei cibi surgelati: è buona norma evitare scongelamenti troppo rapidi come, ad esempio, utilizzando acqua calda o altre fonti di calore. Con questo procedimento — oltre a provocare un’alterazione delle proprietà organolettiche dell’alimento — si determinerebbe una riduzione dei contenuti vitaminici e proteici.

Si consiglia pertanto di asportare la quantità da somministrare dal congelatore e porla in basso nel frigorifero (ad esempio nel cassetto delle verdure), dove, dopo alcune ore sarà scongelato (è consigliabile compiere questa operazione la sera per avere il cibo pronto il mattino seguente, o viceversa). A

questo punto lo si estrae dal frigorifero e gli si lascia raggiungere la temperatura ambiente (occorrono circa 30 minuti) prima di somministrarlo. Un ultimo avvertimento, se per un qualsiasi motivo il mangime si dovesse scongelare, si eviti nel modo più assoluto di ricongelarlo poiché, essendosi nel frattempo caricato di tossine batteriche, diventerebbe deleterio per i pesci. In questo caso ci si limiti a somministrarne una parte ai pesci gettando via quel che resta.

Numero dei pasti

Si consiglia di non somministrare il cibo una sola volta al giorno ma con maggiore frequenza, l’ideale sarebbe tre volte al giorno a distanza di 3 o 4 ore l’una dall’altra ed ogni volta evitando di offrire ai pesci l’intera quantità subito, ma distribuendo piccole parti in più riprese. In questo modo i pesci riescono a mangiarlo tutto (evitando così sprechi) assimilandolo e metabolizzandolo meglio ed in minor tempo.


Riproduzione del pesce pagliaccio

uova di pesce pagliaccio

Indubbiamente i Pomacentridi, e tra questi soprattutto agli Amfiprionidi, sono i pesci marini tropicali che più facilmente raggiungono in acquario la fase sessuale matura con tanto di deposizione di uova e nascita delle larve. I problemi più grossi sorgono proprio dalla schiusa delle uova in poi. Infatti sono proprio le larve che necessitano delle maggiori cure, soprattutto per ciò che riguarda alimentazione e qualità dell’acqua.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, come già accennato e come sarà approfondito più avanti, si deve creare la coppia partendo dal dato di fatto che solo 2 fra tutte le specie di pesci pagliaccio presentano un dimorfismo sessuale più o meno accentuato. Per tutti gli altri si deve avere la pazienza di attendere che si formi la coppia partendo da un piccolo gruppo allevato insieme ad uno o più anemoni. Per ottenere ciò s’impiegano generalmente 4-6 mesi partendo da esemplari giovani o semiadulti (di solito un terzo o metà della lunghezza massima).

Un fenomeno che è stato osservato — anche se occasionalmente — in acquario è quello dell’inversione di sesso. Quando uno dei due componenti della coppia muore e si cerca di riaccoppiare l’esemplare rimasto solo, può accadere che questo cambi di sesso.

In entrambi in casi il maschio è diventato femmina dopo una convivenza di 4-6 mesi con il nuovo partner. Questo sta a significare che i pesci pagliaccio — generalmente ritenuti monogami — cercano in ogni modo di riformare la coppia arrivando al caso estremo del cambio di sesso qualora si renda necessario.

La coppia formatasi va posta in un acquario dove non siano presenti altri pesci, arredato in modo molto semplice (uno strato di sabbia corallina a grana grossa e poche pietre) ed in compagnia del loro anemone simbionte, anche se è stato provato che coppie anziane le quali hanno già deposto diverse volte continuano a farlo anche in assenza dell’anemone.

Contemporaneamente sarà opportuno allestire anche un altro acquario, di piccole dimensioni, dove far schiudere le uova ed allevare le larve. Quest’acquario dovrà contenere tra i 20 e i 30 litri di acqua ed essere provvisto di un filtro molto capiente ed efficace ma a lenta circolazione.

Inizialmente, quando si devono ancora schiudere le uova e durante il primo periodo di sviluppo delle larve, sarà opportuno farlo lavorare per mezzo di un erogatore azionato da un aereatore il quale garantirà un andamento lento del filtro in modo che le larve non vengano danneggiate e possano mangiare senza difficoltà.

Nella seconda fase, quando le larve sono più autonome nel nuoto, l’erogatore potrà essere sostituito con una pompa ad immersione con portata massima compresa fra i 120 ed i 150 litri orari (o con velocità regolabile). Una raccomandazione: sia la pompa che l’erogatore devono essere — a causa del ospitate le larve — rinchiusi con della rete da plancton per evitare che le larve vengano risucchiate.

Quest’acquario, oltre ad essere sprovvisto di arredamento, deve contenere acqua assolutamente priva di impurità per la cui preparazione si dovrà utilizzare, preferibilmente, acqua distillata addizionata con sali sintetici di prima qualità. Per garantirne la purezza sarebbe opportuno filtrarla preventivamente attraverso un filtro a diatomee (il quale ha la facoltà di trattenere le particelle dell’ordine di grandezza di un micron). L’acqua così ottenuta (ricordo che tutte le operazioni devono essere compiute direttamente in acquario) dovrà essere fatta circolare per circa 1 mese prima di introdurvi degli organismi. L’acquario deve essere illuminato con un normale tubo fluorescente.

Generalmente dopo non molto tempo dalla sua formazione la coppia inizia ad «armeggiare» intorno all’anemone alla ricerca di un posto per la deposizione delle uova; è a questo punto che si devono porre intorno all’anemone dei supporti lisci (ottimo il travertino) — preventivamente bolliti — della superficie di circa 100m² in numero di 3 o 4 e sistemati sia verticalmente che orizzontalmente. La coppia inizierà sicuramente a pulire uno dei supporti per potervi depositare le uova.

La deposizione avviene di giorno, generalmente tra le 12 e le 14; le uova possono raggiungere e superare le 500 unità (vengono deposte — a seconda dell’età della coppia — da 50 a 100 uova per cm2) e al momento della deposizione hanno una colorazione giallo-arancio, mentre poco prima della schiusa si presentano di colore argento-violetto trasparente . Durante questo periodo si può seguire con facilità lo sviluppo delle uova la cui trasparenza consente di vedere all’interno l’embrione che già al 4° giorno si presenta con coda ed occhi ben visibili. La dimensione di un uovo — che si presenta a forma di capsula è di circa 1 x 2,5 mm (piccole differenze si hanno a seconda della grandezza della specie). Le uova sono attaccate individualmente al substrato per mezzo di sottili filamenti.

Secondo alcuni sostenitori le deposizioni seguono il ritmo delle fasi lunari avvenendo, con maggiore frequenza, una settimana prima o una settimana dopo la luna piena. Una coppia matura può deporre in acquario anche 30 volte in un anno. La cura delle uova è attuata da entrambi i genitori anche se la femmina partecipa più attivamente del maschio.

Incubazione

La durata dell’incubazione delle uova dipende dalla temperatura dell’acqua: tra i 26 e i 28° C la schiusa avviene dopo 9 giorni mentre tra i 28 e i 30° C dopo 8 giorni. Questo parametro non sembra interessare invece la deposizione la quale può avvenire anche a temperature più basse (23-24° C) o più alte (comunque non superiori ai 32° C).

Trasferimento delle uova

Il supporto con le uova dovrà essere quindi rimosso ed introdotto nell’acquario prima descritto preferibilmente 24-48 ore prima della schiusa. La lastra deve essere asportata con molta cautela evitando alle uova di prendere aria. Si consiglia di inserire nell'acquario un contenitore dentro il quale inserire il supporto con le uova così da poter trasportare il tutto e reinserirlo nell’acquario allestito per la schiusa delle uova, dove la lastra sarà sistemata verticalmente lungo la parete divisoria del filtro in modo che le uova vengano ossigenate dal flusso dell’acqua (che ricordo, in questo periodo, deve essere lento) di rientro nell’acquario.

Nascita delle larve

Le larve vengono alla luce di sera 45 minuti - 1 ora dopo lo spegnimento delle luci. Nel caso la deposizione non avvenga, come voluto, su uno dei supporti, non ci si deve preoccupare eccessivamente poiché le larve risalgono, subito dopo la schiusa, verso la superficie dell’acqua e possono essere attratte da un fascio di luce (ad esempio di una piccola pila tascabile) e raccolte con un retino da plancton di piccole dimensioni e trasferite — rapidamente — nell’acquario a loro destinato sempre per mezzo di un contenitore inserito preventivamente in acquario per evitare che prendano aria.

Cibo per le larve

Il lavoro più impegnativo per l’appassionato durante la riproduzione è quello che riguarda l’allevamento degli organismi da somministrare come cibo alle larve. Infatti quest’ultime dopo circa 24 ore dalla schiusa iniziano a cercare il cibo e quindi bisogna essere pronti per evitare che le perdite (già di per sé molto numerose nelle prime 24 ore) non siano eccessive. Le larve misurano alla nascita circa 3 o 4 mm, quindi gli organismi da distribuire per i primi 10 giorni devono essere molto piccoli. In proposito diverse sono le esperienze fatte; discreti risultati si sono avuti con i Ciliati Spirotrichi del genere Euplotes (E. patella, E. Vannus ecc.), ma addirittura ottimi sono stati quelli con il Rotifero Brachinous plicatilis. Ed è proprio di questo organismo che ci occuperemo descrivendone l’allevamento.

Brachionus plicatilis

È un Rotifero (Phylun Rotatoria, classe Monogononta, ordine Brachionidae) di acqua salmastra stagnante largamente usato in acquacoltura. Le sue dimensioni variano, a seconda del ceppo allevato, dai 100 ai 400 micron, per cui è molto adatto per l’alimentazione delle larve di molte specie ittiche marine ed in particolare di quelle dei pesci pagliaccio. Cominciamo col vedere quali sono gli accessori indispensabili per il suo allevamento. Innanzitutto occorrono delle provette con tappo a vite da 20 ml (in numero di 5 o 6); delle beute da 500 ml (4 o 5) e due palloni da 6 litri.

Tutti questi accessori — che devono essere in pirex per consentirne la sterilizzazione tramite bollitura — sono facilmente reperibili nei negozi specializzati nella vendita di vetreria per laboratori.

Consiglio anche di preparare un piccolo acquario (anche in plastica) del contenuto di circa 20-30 litri, provvisto di filtro e lampada battericida a raggi UV (attraverso la quale si deve far scorrere l’acqua filtrata) e riempito con acqua avente una salinità del 22 per mille (22 gr di sali per litro di acqua) preparata con acqua precedente bollita e sali sintetici per uso acquariologico (in pratica gli stessi che si devono usare per i pesci). A questo punto ci si deve procurare un ceppo di Brachionus plicatilis ed una coltura di microalghe, che costituiscono il loro alimento. Consiglio di rivolgersi o ad un centro dove si pratica l’acquacoltura di specie ittiche marine (ve ne sono in Italia molti privati ed anche alcuni statali gestiti soprattutto dall’ENEA e dal CNR) o a qualche Università in cui viene fatta ricerca sull’argomento.

Prima di andare avanti sarà opportuno chiarire le modalità con cui questo Rotife- ro si moltiplica, e cioè per partenogenesi. Questo tipo di riproduzione vede le femmine generare altre femmine con corredo genetico diploide (e che vengono dette amittiche).

Quindi in una coltura di questo genere, dove le condizioni sono favorevoli per il Rotifero, si crea praticamente un clone; infatti tutte le femmine possiedono il medesimo patrimonio genetico. In natura quando le condizioni vengono a farsi negative (ad esempio durante lunghi periodi di siccità) alcune femmine (dette mittiche) generano dei maschi con corredo genetico aploide.

Dalla fecondazione con questi maschi le femmine generano delle uova dette "di duratura" che si schiudono solo con il ripristino delle condizioni favorevoli dando alla luce femmine amittiche. È chiaro che nelle nostre condizioni si ha solo partenogenesi.

Cibo del B. Plicatilis

A questo punto parliamo anche delle microalghe necessarie per l’alimentazione di B. plicatilis. Questo fitoplancton è costituito, generalmente, da alghe appartenenti ai generi Tetraselmis, Chlorella, Dunaliella, Pavlova, Chlamidomonas, Monochrysis e Cyclotella. In particolare i Rotiferi allevati con Chlorella, Tetraselmis e Pavlova hanno dato i migliori risultati nel l’allevamento delle larve di pesci marini. Queste alghe si riproducono per scissione, quindi sarà sufficiente somministrare loro dei fertilizzanti (comunemente utilizzati in agricoltura) a base di azoto e fosforo (in rapporto di 10 a 1) perché si abbia reintegrata in breve tempo la parte prelevata.

Le microalghe devono essere dapprima coltivate in una beuta da 500 ml e quando viene raggiunta la densità massima (visibile dal colore verde intenso) si devono trasferire nel pallone da 6 litri (preventivamente riempito con acqua marina) dal quale si faranno i prelievi, rammentando di tenere sempre una piccola coltura di mantenimento in una beuta.

Tecniche di riproduzione

pesce pagliaccio

Ed ora passiamo alle tecniche di riproduzione di B. plicatilis.

Dal ceppo iniziale che ci si è procurati si prelevano 5 ml di acqua contenenti circa 200 Rotiferi e li si inseriscono nella provetta da 20 ml in cui erano stati posti preventivamente 15 ml di coltura algale in modo che si abbia una densità iniziale di 10 Rotiferi per ml. Alla temperatura ottimale di 20° C ed alla giusta salinità in due, massimo tre settimane il colore del contenuto della provetta cambierà dal verde intenso al giallo pallido (il che sta a significare che il numero dei Rotiferi si è notevolmente accresciuto).

A questo punto si versa il contenuto di due provette nella beuta da 500 ml in cui sono stati preventivamente versati 400 ml di coltura algale e si deve attendere lo stesso intervallo di tempo ed il relativo viraggio di colore per versare il contenuto della beuta nel pallone da 6 litri riempito di coltura algale e da cui si preleveranno (quando la densità lo consente) i Rotiferi da somministrare alle larve.

Consiglio di tenere sempre due colture con diversa età di accrescimento in modo che si abbia sempre a disposizione la giusta quantità di Rotiferi.

Cibi alternativi

Vi è anche la possibilità di non alimentare i Rotiferi con microalghe, ma con cibi più semplici da usare come ad esempio il comune lievito di birra (Saccharomyces cerevisiae) il quale però non dà ai Rotiferi il giusto contenuto proteico, tanto che si è costretti ad arricchire le colture così ottenute prima di somministrarle alle larve.

Comunque rimando il lettore a consultare la trattazione specifica sull’argomento in modo che possa egli stesso decidere l’eventuale metodo più semplice e redditizio. Spero che la descrizione della preparazione delle colture di Rotiferi non risulti troppo complicata e non scoraggi l’appassionato che vuole cimentarsi nel tentativo di riprodurre i pesci pagliaccio.

La soddisfazione di veder crescere anche uno solo di questi organismi nati in acquario è tale che ripagherà l’acquariofilo di tutte le fatiche.

E ora torniamo all’allevamento delle nostre larve, le quali dovranno essere nutrite per i primi 10 giorni con Rotiferi dopodiché possono essere offerti loro dei naupli di Artemia salina le cui uova (e il relativo schiuditoio) sono facilmente reperibili nei negozi online specializzati.

È importante, affinché le larve mangino senza problemi, che l’acquario in cui sono contenute brulichi di Rotiferi, altrimenti sarà difficile che esse riescano a mangiare tutte e a sufficienza. Trascorso un altro mese gli avannotti iniziano ad accettare anche cibi artificiali secchi, liofilizzati o surgelati. L’alimentazione delle larve con cibi artificiali fin dal primo giorno — sono stati fatti degli esperimenti con mangimi liquidi per colibrì e con mangimi secchi per pesci finemente tritati — ha dato sempre pessimi risultati.

Crescita

pesce pagliaccio giallo

Lo sviluppo delle larve e degli avannotti deve procedere secondo il seguente schema:

Specie di piccole dimensioni (adulti sotto i 10 cm di lunghezza)

Età Lunghezza
alla nascita 3 mm
dopo 2 sett. 5-6 mm
dopo 1 mese 10 mm
dopo 2 mesi 15-18 mm
dopo 3 mesi 22-25 mm

Specie di grandi dimensioni (adulti oltre i 10 cm di lunghezza)

Età Lunghezza
alla nascita 4 mm
dopo 2 sett. 10 mm
dopo 1 mese 18-20 mm
dopo 2 mesi 25-30 mm
dopo 3 mesi 35-40 mm

Una volta raggiunti i tre mesi di età gli avannotti possono essere sistemati (in gruppo) in un acquario che già contiene l’anemone simbionte, ma chiaramente non insieme ai genitori!

Durante il loro sviluppo possono essere allevati anche con larve di età inferiore senza che queste ne vengano danneggiate. Per tutto il periodo di crescita delle larve si deve fare attenzione ai valori chimicofisici dell’acqua e in particolare ai nitriti (N02) e ai nitrati (NO3) che devono essere sempre assenti.

Ricordo che man mano che le larve crescono si dovrà aumentare la velocità di funzionamento del filtro sostituendo l’erogatore con la pompa ad immersione; sarà bene inoltre sifonare eventuali rifiuti e sostanze organiche che vengano ad accumularsi sul fondo.

Concludo dicendo che la sopravvivenza (e la relativa crescita, anche più lenta di quella descritta in precedenza) di una percentuale pari al 5% delle larve venute alla luce in una covata è da considerare un risultato più che ottimo.

Acquario

Il pesce pagliacci

Questa guida non è certamente dedicata alle tecniche acquariologiche, né saranno quindi descritti in questa sede procedimenti ed accessori che compongono l’acquario marino tropicale, argomento per il quale si rimanda il lettore ad apposita trattazione. Comunque saranno dati alcuni consigli che, spero, risultino utili per meglio allestire (evitando spiacevoli errori) l’acquario per anemoni e pesci pagliaccio.

Dimensioni

Innanzitutto la grandezza della vasca. Nonostante i pesci pagliaccio non raggiungano, come si è visto, ragguardevoli dimensioni, sarà bene allestire un acquario non troppo piccolo per evitare inconvenienti soprattutto agli anemoni. Diciamo che 80-100 litri sono da considerare il minimo indispensabile per ospitare un anemone di dimensioni medio-grandi ed una coppia (se si tratta di specie grandi) o un piccolo gruppo di pesci pagliaccio. La forma non riveste una grande importanza, è comunque consigliabile evitare acquari troppo alti.

Movimento dell’acqua

Altra caratteristica importante è il movimento dell’acqua. Gli anemoni, come del resto tutti gli Antozoi ospitati negli acquari per invertebrati, richiedono un notevole movimento dell’acqua, indispensabile, oltre che per la loro respirazione, anche per la rimozione di alcuni metaboliti da loro prodotti il cui ristagno provocherebbe un danno all’animale.

Per ottenere un buon movimento è preferibile utilizzare pompe centrifughe ad immersione collocate a diverse profondità dell’acquario (fig. 52 A) o sistemate come descritto nel disegno della figura 52 B. In entrambi i casi è assicurato un ottimo movimento. Si possono utilizzare anche diffusori d’aria azionati da aereatori poiché agli anemoni — al contrario di altri Antozoi sessili — le bollicine d’aria non recano alcun danno; in ogni caso è sempre preferibile optare per la prima soluzione. Una raccomandazione: i tubi di aspirazione delle pompe devono essere ostruiti — per evitare che gli anemoni spostandosi possano venir risucchiati e danneggiati — preferibilmente con una spugna o con una griglia a maglie sottili. La potenza di queste pompe, ovviamente, dovrà essere relativa alla grandezza della vasca.

Arredamento

Consiglio di creare un arredamento molto semplice costituito soprattutto da sabbia corallina (preferibilmente a grana grossa) e rocce vive. Un acquario eccessivamente intasato — soprattutto durante la riproduzione — ci impedirebbe di seguire i movimenti e gli atteggiamenti della coppia.

L’acquario dedicato a questi organismi non necessita di filtro sotto sabbia ma di un buono strato di fondo costituito da sabbia corallina a grana grossa e, soprattutto, di uno schiumatoio a colonna di contatto per eliminare parte delle sostanze organiche evitandone l’accumulo e la trasformazione in nitriti e nitrati, assai dannosi soprattutto per gli anemoni.

Illuminazione

Questi celenterati esigono un buon impianto di illuminazione ma non tanto potente quanto quello necessario per altri invertebrati (soprattutto coralli). Sono pertanto da escludere le lampade ad alogenuri metallici (HQI) le quali finirebbero per danneggiarli. Si deve quindi optare per i tradizionali tubi fluorescenti. In questo caso, chiaramente, il numero ed il tipo di lampade, nonché la loro potenza, variano a seconda della vasca. Va ricordato, in proposito, che gli acquari posti in commercio nella versione per acqua marina sono sufficientemente illuminati, altrimenti seguire le indicazioni della tabella sottostante:

La tabella indica il numero e la potenza delle lampade necessarie per un acquario marino tropicale

LUNGHEZZA (in cm.)**

50-60
(13-15W)*

65-75
(18-20W)*
80-90
(25W)*
95-120
(30W)*
125-150
(36-40W)*
155-180
(58-65W)*
A
L
T
E
Z
Z
A
*(in cm)
20 2 2 - - - -
30 3 3 3 3 - -
40 - - 3-4 4 3 -
50 - - - 4-5 4 3
60 - - - - 4-5 3-4
  • * potenza max delle lampade utilizzabili
  • ** lunghezza effettiva della vasca, escluso l’eventuale filtro laterale incorporato
  • *** altezza effettiva, misurata cioè tra la superficie della sabbia e la lampada

Temperatura dell’acqua

L’acquario deve essere mantenuto ad una temperatura di 24-25° C; nel caso si volesse tentare la riproduzione sarà, come già detto, opportuno elevarla di 2-3° C (26-28° C). A tal proposito consiglio di utilizzare un termostato di precisione poiché una eventuale defezione del termo riscaldatore potrebbe rovinare una deposizione o, addirittura, uccidere le larve.

Acqua

pesce pagliaccio

Un’ultima raccomandazione per l’acqua. Due cose sono importanti; la prima riguarda l’eventuale presenza di nitrati ed altre sostanze nocive (soprattutto fosfati) nell’acqua di rubinetto (poiché in molte località del nostro Paese la qualità delle acque potabili è decisamente scadente); sarà pertanto opportuno prendere in considerazione l’utilizzo di acqua distillata qualora non si fosse certi della bontà di quella del rubinetto. La seconda è riferita alla scelta dei sali sintetici con cui preparare l’acqua marina. Questi devono essere di ottima qualità e presentare nella loro composizione anche gli oligoelementi (o elementi in tracce).

Sempre per mantenere una buona qualità dell’acqua si consiglia di effettuare cambi parziali (circa il 20%) ogni 10-15 giorni avendo cura nell’occasione di rimuovere avanzi di cibo e sostanze di rifiuto utilizzando un apposito sifone aspira rifiuti, accessorio facilmente reperibile nei negozi specializzati.

Barbara Lombardi
dott.ssa Barbara Lombardi

Barbara Lombardi è una veterinaria nonché scrittrice freelance specializzata sul tema della salute e del benessere degli animali domestici. Amante appassionato di cani e gatti, Barbara ha una grande esperienza nella scrittura di articoli sulla cura dei nostri amici animali.

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